social eating fenomeno

Social-Eating: moda o strumento di marketing territoriale?

È già difficile trovare una definizione univoca: social eating, cioè?

Cosa significa social eating? È semplicemente mangiare insieme, è creare una rete di appassionati di buon cibo e tradizioni, è un modo di fare cultura, marketing territoriale low-cost, fare le foto ai piatti e poi postarli, oppure è solo l’ennesimo modo per evadere il fisco e aprire un ristorantino abusivo a casa propria?

Questo è quel che pensa la gente quindi, in fondo, è un po’ tutte queste cose messe insieme.

In un articolo dello scorso ottobre, LaRepubblica ha riportato qualche dato che mi ha convinto ad approfondire la ricerca e a fare un’esperienza diretta. Nell’articolo si legge che in Italia ci sarebbero: “7mila cuochi social. Sono stati organizzati 37mila eventi di condivisione della cena e l’universo dei cosiddetti “home restaurant”, solo nel 2014, ha fatturato 7,2 milioni di euro. Circa 300mila bocche sfamate, per un incasso medio stimato, per singola serata, pari a 194 euro”.

Quasi, quasi, con la casa grande e una sana passione per la cucina, un social eating me lo apro anche io…

Cos’è veramente il social eating?

Trovare una definizione che racconti la totalità del fenomeno non è semplice, alla fine ognuno fa un po’ come più gli piace, ma un concetto di fondo è universalmente riconosciuto: se ami cucinare puoi invitare gente a casa tua mettendo a disposizione alcuni posti alla tua tavola.

Quel che accade è che si mangia tutti insieme, gustando un menu pensato e realizzato dallo chef di casa, tutti insieme, ad un orario stabilito e si approfitta per conoscere nuove persone e per fare due chiacchiere dal vivo. Generalmente è un’ottima cosa.

I lati positivi sono indubbi per chi ama questo tipo di approccio:

  • Un ambiente familiare e solitamente poco formale
  • L’occasione di conoscere gente nuova
  • Conoscere appassionati di cucina e di enogastronomia
  • La possibilità di assaggiare piatti preparati con particolare cura, visto che i social-chef tentano (nella maggior parte dei casi) di puntare tutto sulla qualità
  • Spendere meno che al ristorante (è sempre un vantaggio)

 

Quello che potrebbe piacere meno, partecipando ad un evento social-eating, è piuttosto legato a questioni d’abitudine al ristorante:

  • Non sarai il cliente di un’attività strutturata, pertanto scordati i vantaggi che questo comporta: guarda prima il menu del giorno e assicurati che per te vada bene, perché non ci saranno alternative da poter scegliere dalla carta
  • Stessa cosa vale per le bevande: a meno di particolarità non avrai a disposizione una cantina fornita o una spillatrice. Se sei un ortodosso appassionato di vino o birra valuta la possibilità di portare tu una bottiglia da casa
  • Sei in una casa privata, quindi anche il bagno, la sala da pranzo, la cucina, saranno quelli di una casa: potresti trovare un arredamento o uno stile che non ami, bambini o altre persone.
  • Se pensi ad una cena a lume di candela cambia obiettivo, ricordati che non sarai solo, né rientra nelle prerogative del social-eating chiederlo.

 

La mia esperienza social-eating

social eating in Italy

Il mio pranzo social

 

Chicco e Alessandra sono una coppia divertente e colorata: lui ha lavorato nella ristorazione per qualche anno dopo aver fatto per un bel pezzo della sua vita tutt’altro (telecomunicazioni). È fortemente attaccato alle tradizioni abruzzesi e ama riscoprire materie prime un po’ dimenticate dalle nostre generazioni.

Alessandra ha lavorato sempre nella ristorazione, ma ha vissuto gli ultimi 6 anni della sua vita in India, nella zona del Kerala, dove ha imparato a maneggiare la ricchezza della cucina indiana del sud e le sue complesse e profumatissime ricette.

Ogni giorno propongono su Facebook un menu, chi volesse essere loro ospite basta che risponda con un messaggio. Le loro proposte sono una miscela di ricette tipiche abruzzesi e profumi d’oriente, a mio avviso una scelta vincente, testimoniata anche dal successo di questi mesi.

“Abbiamo iniziato per scherzo un mese fa – hanno raccontato durante il social-pranzo – perché vorremmo cercare di riuscire a rendere autosufficiente la nostra permanenza in questa casa. Si trova in una posizione centralissima, ci piace, ma ora che non abbiamo uno stipendio fisso diventa difficile fare previsioni. In questo modo e facendo comunque una cosa che ci piace moltissimo, riusciamo invece a lavorare anche su altro senza avere un grosso peso economico sulle spalle”.

Ma ci si guadagna? (sai che mi piacciono le domande un po’ scomode…): “Saremo sinceri – continuano i nostri social-ospiti – non si può pensare di guadagnare come fosse un lavoro normale. Noi chiediamo ai nostri ospiti un’offerta libera e questo ci basta per fare la spesa per l’evento seguente e per tenere da parte qualcosina per la gestione di questo appartamento dove viviamo anche. Chiaramente le spese sono alte perché ci piace investire negli eventi social-eating perché crediamo nella cosa soprattutto come mezzo per far conoscere la nostra regione e le nostre tipicità a chi non è del posto”.

cenare insieme

Quindi non c’è un prezzo fisso per il pranzo o per la cena? “No, noi pensiamo che sia giusto lasciare ad ognuno la valutazione di quel che giudica giusto spendere. Non è un ristorante e mai lo sarà, ci fa piacere invitare gente a pranzo o a cena e quel che lasciano è un contributo alle spese per gli ingredienti. Qualcuno è più generoso e questo ci aiuta anche nella gestione della casa ma non chiediamo nulla di più di quel che ci lasciano, è un approccio che ci piace”.

Che l’attività social funzioni non c’è dubbio, per prenotare il mio pranzo ho dovuto letteralmente mettermi in fila, ma ho chiesto loro di dirmi come vedono l’evoluzione di questa piccola attività nel futuro. “Vogliamo continuare sicuramente ancora per un po’ perché ci stiamo facendo conoscere per il nostro modo di cucinare e di lavorare con ingredienti buoni e sani e questo è arrivato all’orecchio di qualche ristoratore che ci ha già chiamato per organizzare presso i locali della città degli aperitivi fusion italo-indiani. Ci piace l’idea di diventare una specie di “brand” ed è questo quello che ci auguriamo, anche per poter iniziare un nuovo percorso lavorativo a modo nostro“.

Vuoi sapere com’è andata? Il pranzo è stato davvero eccellente, leggero e gustoso: Alessandra e Chicco ci hanno offerto un piccolo aperitivo con delle polentine al formaggio, una salsa al peperoncino ed un pezzo di piccante (per veri duri) fatto in casa da un’azienda agricola biodinamica della provincia. Come primo piatto un delizioso risotto mantecato alla robiola con funghi freschi e per chiudere un’insalata di cavolo cappuccio con sesamo e spezie indiane. Una vera delizia!

Che c’entra il marketing territoriale?

È innegabile che il fenomeno del social-eating abbracci un’audience che altre forme di offerte più tradizionali non conquistano più. A mio modo di vedere – e dopo averla sperimentata di persona – è lo stesso cambiamento innescato con fenomeni tipo Airbnb o ancora prima con Couchsurfing, reti dove si può approfittare di una forma di ospitalità più casalinga, informale, easy e (a volte) molto economica.

Sia quella portata al successo da Gnammo, il primo canale dedicato in toto al social eating, sia Airbnb, portano avanti un discorso che pone al primo posto il rapporto tra le persone e l’arricchimento che questo può portare in un viaggio o in una cena: è curioso che tutto questo nasca dal mondo digitale.

Grazie a queste reti, formalizzate o informali, si potrebbe sviluppare un nuovo modo di visitare le città, di conoscere l’enogastronomia locale, i profumi del territorio, le tipicità, un modo che sia più domestico e “vero” e meno soggetto alle logiche del business. Un modo – se vogliamo – più lento, più sostenibile e più integrato. Ma questa è la mia visione ottimistica (come sempre!) del marketing e dei cambiamenti (e della crisi!).

Tu hai fatto esperienze di social-eating? Come ti sei trovato? Cosa ne pensi? 

Lascia un commento qui sotto, sarò felice di conoscere la tua opinione.

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