TIPICHE VITE ATIPICHE – Premio Ustica 2006

SINOSSI
Sei trentenni lavoratori condividono un appartamento in una città italiana. Sei caratteri diversi alle prese con il proprio lavoro, unica fonte di rilievo e unico parametro di misura del proprio valore. Greta ossessiva e perfezionista, Allegra schiava della new-age, Caterina rampante e ambiziosa, Joe (Eligio) superficiale ed egocentrico, Volodja comunista convinto, Otello yuppie dei giorni nostri.

L’equilibrio domestico viene interrotto dall’arrivo di un conguaglio da 3 mila euro che dà l’avvio ad una riformulazione degli obiettivi e delle prospettive, pur sempre a breve termine. I personaggi cercheranno di affrontare il problema cambiando lavoro, con soluzioni apparentemente opposte ai propri valori. L’intreccio viene presentato come se lo spettatore fosse di fronte ad un reality show dove pubblicità e confessionali rappresentano paradossalmente momenti di riflessione e svelamento.

ILLUSTRAZIONE DEL PROGETTO

Parole chiave: lavoro, identità, precarietà, cambiamento, instabilità, prospettive a breve termine, superficialità, tempo, stile di vita, reality.

Nella cultura occidentale il lavoro è diventato l’unica fonte di rilievo e l’unico parametro accettato con cui misurare il valore dell’uomo e delle sue attività. Degno di considerazione è solo ciò che riesce ad apparire, a farsi riconoscere e a farsi apprezzare come lavoro. Il lavoro ha raggiunto un livello di onnipotenza tanto che «non esiste più nessun concetto opposto al lavoro, non esiste più nessun sistema che sia l’antitesi della società del lavoro» (U. Beck. Il lavoro all’epoca della fine del lavoro).
L’identità personale risulta irrimediabilmente legata a quella professionale e il lavoro rappresenta il “banco di prova” delle nostre differenti e coesistenti identità personali. L’accelerazione della velocità del cambiamento del mondo del lavoro, delle professioni, delle realtà professionali, dei luoghi, tipici della contemporaneità, porta l’essere umano ad accelerare il cambiamento delle proprie identità professionali e, di conseguenza, di quelle personali, creando dissociazioni paradossali ma possibili nel mondo contemporaneo. Non a caso la letteratura scientifica si è concentrata sullo studio di aspetti del lavoro che producono effetti sulla personalità e l’emotività della persona: job shock, insicurezza, precarietà, burn-out (bruciato). L’uomo è chiamato a trasformarsi continuamente ed a sopportare questa spirale di cambiamenti, ma ogni fase di rapida trasformazione sociale ha i suoi costi umani. Donne e uomini sono costantemente sottoposti a forme di stress, ansia, depressione, con il comune denominatore di una condizione interiore di incertezza, paura del futuro, mancanza di prospettive a lungo termine, a fronte di richieste ambientali di efficienza, iper-flessibilità, iper-adattabilità, incessante aggiornamento che costringono l’uomo-umano ad un perpetuo, affannoso inseguimento.

Da queste riflessioni è nato il progetto “Tipiche vite atipiche” che si concentra sull’osservazione di un micro-ambiente (una casa dove vivono sei lavoratori atipici) all’interno del quale le dinamiche quotidiane (amori, amicizie, famiglia, interessi) divengono secondarie alla ricerca di un lavoro migliore, oppure sono costrette a piegarsi ad esso. Il piano narrativo oscilla tra fiction, spot, confessioni e realtà, dove i tempi specifici di ciascuna matrice comunicativa (lentezza / velocità) si scambiano intenzionalmente. Lo spettatore è in condizione di spiare ciò che accade nella casa come se assistesse ad un reality show nel quale, per assurdo, le pubblicità sono momenti di riflessione a bassa voce e di lentezza, mentre il quotidiano dei personaggi avanza all’insegna della rapidità e della solitudine gridata. Le confessioni rivelano i contrasti (e gli sforzi per renderli coerenti) tra i drammi umani universali e quelli imposti dal proprio essere contemporaneo. Le “soluzioni” che ogni personaggio matura sono sempre, anch’esse, temporanee e giustificabili, senza alcuna velleità di coerenza. E’ proprio questa incoerenza l’unico strumento per sostenere il peso della realtà.

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